Caravaggio (attribuito), Narciso, ca. 1597–1599. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini.
Caravaggio (attribuito), Narciso, ca. 1597–1599. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini.
Le Metamorfosi di Ovidio hanno fornito agli artisti uno dei repertori narrativi più ricchi dell’intera tradizione occidentale. Dafne che diventa alloro, Narciso che si consuma davanti alla propria immagine, Atteone trasformato in cervo o Aracne mutata in ragno sono episodi in cui il cambiamento del corpo diventa il centro stesso della narrazione visiva. Il tema della trasformazione permette agli artisti di rappresentare movimento, desiderio, punizione e destino in forme di straordinaria intensità.
Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622–1625. Roma, Galleria Borghese.
Dafne, inseguita da Apollo, invoca l’aiuto del padre Peneo e viene trasformata in alloro proprio mentre il dio sta per raggiungerla. È uno degli episodi più celebri delle Metamorfosi e uno dei temi che meglio esprimono, nelle arti figurative, l’istante stesso della trasformazione.
Lucas Cranach il Giovane, Diana e Atteone, ca. 1550. Darmstadt, Hessisches Landesmuseum.
Atteone, durante una battuta di caccia, sorprende Diana mentre si bagna con le ninfe. La dea, oltraggiata, lo trasforma in cervo; incapace ormai di farsi riconoscere, il giovane viene assalito e sbranato dai propri cani. Ovidio costruisce qui una delle metamorfosi più drammatiche, fondata sul contrasto fra lo sguardo proibito, la punizione e la perdita dell’identità umana.
Paolo Veronese, Aracne o la Dialettica, 1575–1578. Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Collegio.
Aracne, abilissima tessitrice, osa sfidare Minerva in una gara d’arte. Il suo arazzo è perfetto, ma la dea non tollera l’affronto: dopo aver distrutto l’opera della giovane, la condanna a trasformarsi in ragno. Il mito diventa così una riflessione sul talento, sull’orgoglio e sul limite imposto dagli dèi alla superbia umana.
John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903. Liverpool, Walker Art Gallery.
Eco, condannata a poter ripetere soltanto le ultime parole altrui, si innamora di Narciso, che però la respinge. Il giovane, incapace di amare, viene punito dagli dèi e si innamora della propria immagine riflessa nell’acqua, fino a consumarsi. Alla sua morte nasce il fiore che porta il suo nome. Il mito unisce desiderio, illusione e impossibilità dell’amore.
John William Waterhouse, Tisbe, 1909. Collezione privata.
Piramo e Tisbe, giovani babilonesi appartenenti a famiglie nemiche, riescono a comunicare attraverso una fessura nel muro che separa le loro case. Decidono di fuggire insieme, ma una serie di tragici equivoci conduce entrambi alla morte. Il sangue dei due amanti tinge per sempre di rosso i frutti del gelso, trasformazione con cui Ovidio suggella una delle più celebri storie d’amore infelice dell’antichità.
Peter Paul Rubens, Perseo libera Andromeda, ca. 1622, olio su tela, Museo Statale Ermitage, San Pietroburgo.
Andromeda, figlia di Cefeo e Cassiopea, viene incatenata a una roccia e offerta in sacrificio a un mostro marino. Perseo, di ritorno dall’uccisione di Medusa, la vede, se ne innamora e la libera. Nel racconto ovidiano l’episodio si intreccia al potere metamorfico della testa di Medusa, capace di pietrificare chiunque la guardi.
Jacob van Oost il Vecchio, Mercurio e Giove nella casa di Filemone e Bauci, XVII secolo. San Francisco, Fine Arts Museums of San Francisco.
Filemone e Bauci, anziani e poveri coniugi della Frigia, sono gli unici ad accogliere con generosità Giove e Mercurio, giunti sotto mentite spoglie. Come ricompensa, gli dèi risparmiano la loro casa e concedono ai due di morire insieme. Al termine della vita, Filemone e Bauci vengono trasformati in due alberi affiancati, una quercia e un tiglio, destinati a restare uniti per sempre.
Antonio Canova, Orfeo ed Euridice, 1775–1776. Venezia, Museo Correr.
Dopo la morte di Euridice, Orfeo scende negli Inferi e, con il potere della sua musica, commuove Plutone e Proserpina. Gli viene concesso di ricondurre l’amata nel mondo dei vivi, a condizione di non voltarsi a guardarla prima di essere usciti dall’Ade. Orfeo però cede al dubbio: si volta e perde Euridice per sempre. Ovidio trasforma il mito in una meditazione sul desiderio, sulla perdita e sull’impossibilità di trattenere ciò che si ama.
Auguste Rodin, Pigmalione e Galatea, 1889; marmo scolpito ca. 1908–1909. New York, The Metropolitan Museum of Art.
Pigmalione, scultore di Cipro, crea una statua femminile di tale perfezione da innamorarsene. Durante la festa di Venere chiede alla dea una sposa simile alla sua creatura; Venere comprende il desiderio e anima la statua. Il mito, narrato da Ovidio, diventa una delle più suggestive riflessioni antiche sul potere dell’arte di imitare, e quasi generare, la vita.